L’impresa e l’imprevisto – seminario sul risk Management – Politecnico Torino 12/12/13

L’impresa e l’imprevisto – seminario sul risk Management – Politecnico Torino 12/12/13

 Organizzato dalla RunPolito (Rete Universitaria Nazionale Politecnico) in collaborazione con Adeia

Relatori: Raffaella Ginepro – Riccardo Foti

 Negli ultimi mesi del 2013 sono stati diffusi i risultati del Global Risk Report da parte del World Economic Forum, i dati delle survey sulla percezione del rischio condotte dai Lloyds’ di Londra, dalla compagnia assicurativa americana ACE e dal broker assicurativo internazionale AON. Tutti questi dati mettono in evidenza come le imprese e, in particolar modo le imprese italiane siano ancora impreparate ad affrontare situazioni rischiose per la sopravvivenza dell’impresa stessa.

 Ma che cosa si intende con il termine ‘rischio’?

Questo termine ha sempre una doppia valenza: rappresenta infatti sia un potenziale evento sfavorevole che un’opportunità.

Ogni imprese è soggetta ad una serie di minacce di natura competitiva e non competitva: queste minacce influenzano l’operatività dell’impresa e incidono sul suo valore. In un sistema aperto alla competizione non vi è profitto nel lungo termine senza rischio.

Viceversa il puro rischio, inteso come pericolo quantificabile, va monitorato e trattato, ma spesso le aziende subiscono rischi senza effettuare efficaci processi di gestione.

 Il risk management rappresenta la gestione integrata dei rischi in azienda, mediante la conoscenza, l’eliminazione, la riduzione, il trasferimento ed il controllo dei rischi stessi.

 L’ISO 31000 è la normativa internazionale di riferimento che traccia i principi e le linee guide per quanto riguarda la gestione del rischio.

Può essere utilizzata da parte di diqualsiasi impresa pubblica, privata o sociale, associazione, gruppo o individuo; non è quindi specifica per alcuna industria o settore . Questo processo di gestione del rischio può essere ulizzato lungo l’intera vita di un’organizzazione e applicato ad un’ampia gamma di attività quali: strategie e decisioni, operazioni, processi, funzioni, progetti, prodotti, servizi beni e a qualsiasi tipo di rischio.

Il processo di risk management è di natura circolare e, per essere efficace, deve essere applicato in maniera strutturata e sistemica.

 Per le imprese non è infatti sufficiente pensare ‘tanto non succede’ o acquistare polizze assicurative pensando in questo modo di preservare la propria realtà lavorativa.

“Tanto non succede” è l’atteggiamento tipico delle culture che esprimono una visione limitatissima nel tempo; ‘assicurazione, invece, è solo una delle fasi dell’intero processo del risk management e concerne quella parte di rischio che non può essere ne’ trattato ne’ trattenuto, ma va trasferito (alla compagnia assicuratrice, a fronte di un premio certo).

 Pertanto la funzione di risk management in un’impresa deve tener conto del contesto, degli stakeholders, dello scenario di rischio per poter effettuare una corretta valutazione dei rischi stessi (identificandoli, analizzandoli e ponderandoli). Sprattutto deve procedere con un trattamento del rischio eliminandolo, laddove possibile, riducendolo (attraverso tecniche di prevenzione e protezione), traferendolo (attraverso adeguate analisi e coperture assicurative) e trattenendo quella parte di rischio ritenuta accettabile.

 Le imprese più evolute sono negli ultimi decenni passate dall’idea di ‘loss prevention’ a quella di risk management e di enterprise risk management, ovvero sono in grado di considerare l’impatto di ciascun rischio sul rischio complessivo dell’azienda e, in caso di evento dannoso, sanno comunque grarantire la continuità operativa all’impresa.

 Questa capacità di convivere con il rischio è strettamente connessa ai tipo di formazione e di contesto culturale in cui si vive: la percezione del rischio infatti varia molto diversa da individuo ad individuo, da gruppo sociale a gruppo sociale, da Paese a Paese.

A questo riguardo, sono molto interessanti le scoperte del ricercatore olandese Gerard Hendrik Hofstede che, nell´ambito degli studi sulle organizzazioni ha sviluppato una struttura per la valutazione e differenziazione delle culture nazionali e organizzazioni culturali. I suoi studi dimostrano che ci sono gruppi culturali nazionali e regionali che influenzano il comportamento di società e organizzazioni.

 La dimensione culturale dell’Italia, negli studi di Hofstede, evidenzia un paese con un alto indice di avversione all’incertezza e un basso indice di visione a lungo termine: la combinazione di questi indici, uniti alla struttura burocratica predominante fanno sì che molte aziende italiane soffrano ancora della cultura del ‘gatto nero’ piuttosto che prendere in considerazione l’ipotesi di affrontare l’evento ‘cigno nero’ con lungimiranza.

 Il termine “cigno nero” deriva da una concezione antica che riteneva che i cigni fossero solo bianchi e si rifa ad una frase del poeta latino Giovenale che definiva “Rara avisi in terris nigroque simillima cygno” («uccello raro sulla terra, quasi come un cigno nero» ) quegli eventi impossibili o comunque rari.‘Il cigno nero’ è il titolo di un recente libro di Nassim Nicholas Taleb, matematico, epistemologo e filosofo, professore di Risk engineering alla New York University. Il professor Taleb spiega che “Gli eventi inattesi – conosciuti anche come “cigni neri” – sono per definizione imprevedibili. Pur avendo conseguenze pesantissime, non esiste alcun modo di sapere in anticipo quando avverranno. Viviamo in un mondo dominato dagli estremi, dove l’eccezione è tutto.”

 In Italia, nonostante la ‘crisi’ il recente 9° censimento Istat (2011) dell’Industria e dei servizi registra un incremento delle imprese del 8,4% rispetto al Censimento del 2001 e un incremento ancor più significativo delle istituzioni non profit, pari al 28%, mentre le istituzioni pubbliche segnano un calo del 21,6%.

Al contempo, l’organizzazione non governativa Transparency International sengala l’Italia al 69° posto nel mondo per i temi della corruzione (dopo la Giordania, la Macedonia e il Montenegro), e la prima edizione dell’Osservatorio Risk Management nelle PMI italiane,realizzato dal Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano in collaborazione con CINEAS indica che il solo il 3% delle piccole e medie imprese italiane fa per intero il processo di risk management.

Qual è dunque l’arduo compito del risk manager e di chi si occupa di rischio? Soprattutto quello di generare una ‘cultura del rischio’ abbinata ad una cultura ‘dell’errore’.

 Tutto ciò trova evidenza pratica in un case study che illustreremo nel seminario, che ha avuto conseguenze molto serie su tutti i soggetti coinvolti.

Vedremo inolte quali sono i rischi che gli ingegneri sia professionisti indipendenti che dipendenti di imprese private o pubbliche – posso correre ed alcune strategie di gestione.

Raffaella Ginepro

Raffaella Ginepro

Broker assicurativo e consulente in materia di gestione del rischio. Amo la musica, scrivere, fotografare, perchè il cielo è sempre più blu!

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